Simbolo di Arbundi
Simbolo di Arbundi

Canta, o Musa, del Re Arcaico, colui che emerse dal fango del mutamento per farsi pilastro eterno del suo popolo: Arbundi, il sovrano che sfidò il tempo e le tenebre delle foreste di Apani.

La sua epopea ebbe inizio nel silenzio di un accampamento, quando il corpo di Arbundi completò la sacra metamorfosi, abbandonando la spoglia larvale per ergersi, incerto ma fiero, sulla nuova postura bipede. Sotto palizzate di legno, mentre la pelle era ancora molle e il passo vacillante, gli Anu, i suoi generali, posarono sul suo capo una corona di rame lucido e oro, saldata con piombo fuso direttamente alla sua cresta da un abile fabbro. Affinché la sua voce (la siringe) potesse tuonare come quella dei suoi predecessori, egli bevve il caldo grasso di Vurbimi, che sciolse il nodo del silenzio e gli permise di chiamare il suo esercito alla riscossa contro i regni nemici di Gundi e Pfundi.

Fu allora che iniziò la grande marcia verso la città di Upindabundi, la capitale cinta da mura di pietra, dove le torri di legno sfidano le vette degli alberi più alti. Lì, guidato dai sacerdoti Akavintu, Arbundi apprese i segreti della stirpe: consumò il prezioso Arvibamu, la pasta sacra che attiva il potere della generazione, e nelle ombre del tempio diede vita alle sue prime larve, pegno della forza futura della nazione.

Ma il destino del Re era destinato a incrociarsi con l'ignoto celeste. Mentre l'esercito attendeva il segnale per l'attacco, un lampo squarciò la volta boscosa e una sfera viola iridescente cadde dal cielo, scuotendo le radici del mondo. Senza timore, Arbundi toccò l'oggetto divino e cadde in un profondo rapimento: una voce senza volto gli promise di esaudire ogni desiderio. Egli non chiese ricchezze, ma il potere di regnare per sempre e di veder crescere il suo regno senza fine. La sfera accettò il patto, celandosi poi sotto il tempio, invisibile agli occhi dei mortali e dimenticata dallo stesso Re, per vegliare sulla sua immortalità.

Sotto lo sguardo di questo potere silente, Arbundi marciò come una tempesta. Le mura di Upindagundi crollarono sotto i colpi dei trabucchi e il re nemico Agundi perì per mano sua. Non vi fu fiume capace di arrestarlo: con l'aiuto della saggezza arcana della sfera, costruì zattere imponenti per attraversare le acque impetuose e conquistare Upindapffundi, ponendo fine alla stirpe dei re rivali.

Divenuto l'unico signore delle terre di Apani, l'Immortale non si accontentò del dominio fisico. Comprendendo che la memoria dei Bundi era labile come foglie al vento, egli meditò per giorni finché non ideò un sistema di segni capaci di catturare il suono delle parole. Ordinò agli Akavintu di incidere la sua storia sullo schienale del suo trono e istruì messaggeri affinché insegnassero a ogni suddito l'arte della scrittura, donando così al suo popolo non solo un impero, ma una voce eterna che avrebbe attraversato i millenni.

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